Fino a qualche tempo fa, quando sentivo parlare di decrescita, mi veniva spontaneo un sorrisino di scherno e mi compariva quest’immagine, del carretto trainato dal somaro. In sostanza quello che pensavo è che coloro che professavano la decrescita fossero degli ingenui idealisti che volevano tornare indietro nel tempo, rifiutare il progresso e cose così.
Certo la parola “decrescita” non aiuta, poi ho letto che è stata scelta apposta, per provocare. In Italia poi, abbiamo aggiunto provocazione alla provocazione con il “movimento per la decrescita felice”. Beh, non mi entusiasma comunque, ma non è questa la cosa importante, quello che è importante è il suo significato.
Ma cosa significa allora “decrescita”?
Decrescita vuol dire fregarsene se la ricchezza totale di una nazione sale o scende, perché questo non ci dice nulla su come stiamo veramente, su quale è il livello di benessere di tutte le fasce della popolazione, sulla qualità del nostro sistema sanitario, sulla qualità delle nostre scuole, sulla sicurezza, sulla libertà di espressione, sullo stato dell’ambiente e del territorio, sulla qualità delle nostre relazioni sociali. Insomma, la ricchezza totale di una nazione, comunemente nota come PIL – Prodotto Interno Lordo, non ci dice niente sul fatto che la popolazione di quella nazione stia bene o male. Se il più ricco di una nazione possiede 100 e tutti glia altri 0, o se la ricchezza di 100 è equamente divisa tra tutte le persone, il PIL ha lo stesso valore.
Ma non è finita qui, la continua ricerca di aumentare questa apparente ricchezza fa si che si calpestino le cose che sono realmente importanti: l’ambiente, ma anche la vita delle persone.
Siamo abituati a pensare che i grandi imprenditori, che hanno costruito grandi ricchezze grazie alle loro capacità ed al loro impegno siano persone da ammirare e da imitare. Per quanto l’impegno, e le capacità di per sé siano cose positive, non è detto che queste portino al bene comune. Anzi spesso portano alla ricchezza personale, a scapito delle persone e del pianeta.
La ricchezza non si genera dal nulla, si genera dall’utilizzo delle risorse naturali, dell’energia e delle persone. E sono tutte cose delicate e preziose, che vanno utilizzate con estrema cura.
Se mai qualche economista ortodosso avrà l’occasione di leggere queste parole obbietterà che di economia io non capisco niente, e che se sono un ingegnere decente e che dovrei continuare ad occuparmi del mio lavoro, lasciando parlare di economia chi ne capisce veramente qualcosa. Che solo se l’economia cresce possiamo garantire uno sviluppo equo a tutte le nazioni del mondo, ottenendo cose meravigliose che vanno dall’azzerare la fame del mondo al ridurre le tasse. Beh, ci sono economisti che non la pensano così. E che pensano che la fame del mondo si possa combattere anche senza distruggere il pianeta, e senza arricchire oltre ogni livello immaginabile i vari Musk, Bezos, Zuckerberg e così via. Ho capito da un po’ che la soluzione alla crisi climatica che stiamo vivendo non è, o non è solo, tecnica. E che le scelte tecniche servono ben poco se non accompagnate da decisioni in materia di politica, e soprattutto di politica economica, corrette.
Se liberiamo la nostra mente dal preconcetto che la ricchezza debba sempre aumentare si aprono nuove, e veramente esaltanti, possibilità. Ad esempio, quella di lavorare di meno. Per il lavoro che faccio ho la possibilità di osservare da tanti anni le realtà industriali. E quello che noto è una progressiva e crescente automazione. E questa sì che non la puoi fermare, e non avrebbe senso fermarla. Se una macchina prima faceva 10 pezzi all’ora, e aveva bisogno di una persona che la comandasse, ora fa 100 pezzi all’ora e va da sola. Beh, si può lavorare di meno, uno può pensare.
No, si può produrre di più, pensa l’imprenditore.
Ma perché?
Le cose che produciamo in più finiranno per essere rifiuti da gestire. Consumeranno risorse ed energia sia per essere prodotte, che per essere riciclate o smaltite.
Se invece di produrre di più produrremo meglio, libereremo tempo per la nostra vita privata. Ma non guadagneremmo abbastanza, si potrebbe obbiettare. Ma perché? Se si produce quello di cui la popolazione ha bisogno, e le remunerazioni sono adeguate, quindi c’è un’equa distribuzione della ricchezza, ciascuno può comprare le cose necessarie alla propria vita.
Certo questo meccanismo non prevede che ci siano amministratori delegati che guadagnino stipendi che sono centinaia di volte superiori agli stipendi dei dipendenti, o investitori che vogliono il proprio capitale investito aumentare al ritmo di percentuali in doppia cifra tutti gli anni. Se vogliamo anche questo, il sistema non può funzionare. Ma di questo non ne abbiamo veramente bisogno.
Per fare funzionare un’economica della decrescita o un’economia di stato stazionario (altra definizione poco felice, sembra che facciano apposta…) ci vogliono tante altre cose, come regolamentare la pubblicità, tassare il capitale e le successioni, ridurre i debiti, favorire il pubblico a scapito del privato, ma non voglio dilungarmi oltre.
In questi anni ho letto alcuni libri di economisti ecologisti, ve ne cito alcuni: Dan O’Neill, Kate Raworth, Giorgos Kallis. Oggettivamente alcuni libri sono pesantini da leggere, ce né uno però che è bello e basta, lo definirei illuminante, ed è questo, di Jason Hickel:

Buona parte delle persone con cui parlo vanno sempre di fretta stressate dal lavoro e da altri mille impegni…Ma deve per forza essere così? Vi lascio con un estratto dal libro che ho appena citato:
«E poi c’è la scarsità artificiale di tempo. La compulsione strutturale a lavorare senza alcuna necessità per tante ore lascia alle persone così poco tempo libero che non hanno altra scelta che pagare delle aziende per fare cose che altrimenti sarebbero in grado di fare da sole: cucinarsi i pasti, pulire la propria casa, giocare con i propri figli, occuparsi dei genitori anziani. Nel frattempo, lo stress da superlavoro crea bisogni di antidepressivi, sonniferi, alcool, dietisti, consulenti coniugali, vacanze costose e altri prodotti di cui la gente, in altre condizioni, probabilmente avrebbe meno necessità. Per pagare per queste cose, le persone devono lavorare ancora di più per incrementare il loro reddito, alimentando un circolo vizioso di produzione e consumo non necessari» – Jason Hickel
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