Come mai il PIL, come indicatore del benessere di una nazione e addirittura del mondo, ha così successo? Si potrebbe disquisire a lungo sul tema… secondo me uno dei motivi è perché è semplice, e alla gente piacciono le cose semplici, del tipo gli slogan come “meno tasse per tutti” o “make america great again”. Il Pil è un numero, se sale le cose vanno bene, se scende le cose vanno male. Semplice, no?
Si è semplice, peccato che la realtà sia un po’ più articolata, e dobbiamo farcene una ragione.
Qui, e qui ho già detto cosa penso del PIL, non mi dilungherò oltre. Cerchiamo le alternative.
Un’alternativa di cui si sente parlare è il GPI – Genuine Progress Indicator.
C’è una formula per il calcolo del GPI, che potete trovare qui. Anche il GPI è un numero, ma viene calcolato come somma e sottrazione di più fattori. Tra le cose da sommare con il segno positivo c’è l’aumento della ricchezza pro-capite, che tiene conto anche della distribuzione della ricchezza medesima, ed il valore delle attività che generano benessere ma non denaro, come ad esempio la cura in famiglia degli anziani, e le attività di volontariato. Tra le cose da sommare con il segno negativo c’è il deterioramento della natura. Il GPI cresce con il livello dell’educazione e del sistema sanitario, scende con il deterioramento della qualità dell’aria e l’inquinamento dei fiumi. Bello no? In sostanza anche il GPI è sempre un numero, come il PIL, ma rappresenta molto meglio il benessere di un paese.
Alcuni ricercatori hanno fatto l’esercizio di confrontare l’andamento del PIL e del GPI negli anni. Il risultato nelle economie avanzate è sempre lo stesso. Per l’Italia vi posso citare questo studio . Fino al 1990 circa PIL e GPI crescono di pari passo, poi il PIL continua a crescere, anche se con meno slancio, mentre il GPI rimane costante, per poi addirittura cominciare a scendere. Morale: fino ad un certo punto l’aumento del PIL contribuisce ad aumentare il benessere complessivo, oltre una certa soglia di PIL l’aumento non è più correlato con il reale benessere delle persone. Questo mi fornisce la sponda per ribadire un concetto: nei paesi poveri, è giusto e necessario che il PIL aumenti, ma nei paesi ricchi, tra cui va senz’altro annoverata l’Italia, l’aumento del PIL non comporta un aumento del benessere, ma un aumento delle disuguaglianze a scapito delle risorse naturali.
Anche il GPI non è la panacea di tutti i mali. Il suo limite, che è anche il suo punto di forza in realtà, è quello di essere un semplice numero. Si può arrivare allo stesso valore di GPI con una buona sanità ed una scarsa sicurezza, o viceversa. Ma noi vogliamo sognare in grande, le vogliamo buone tutte e due. Gli economisti ecologisti, alcuni dei quali sono stati da me citati nel precedente articolo, ritengono pertanto che sia più corretto misurare il benessere di un paese sulla base di un insieme di parametri. Questi parametri li trovate in giro, in diverse varianti. Vi cito quelli definiti da un ente non ambientalista, l’istat:
- La salute
- L’istruzione
- Il lavoro e la conciliazione tra vita e lavoro
- Il benessere economico
- Le relazioni sociali
- La democrazia
- La sicurezza
- Il paesaggio ed il patrimonio culturale
- L’ambiente
- La qualità dei servizi pubblici
Invece che sentire tutti i giorni il telegiornale che ci tedia con il PIL, potremo sentire tre o quattro volte l’anno una rubrica dove un ente autorevole e indipendente ci relaziona in merito a come stanno andando circa dieci indicatori che ci dicono veramente se il nostro Paese sta progredendo o regredendo.
È così difficile? E perché?
Non si può fare? Per quale motivo?
“Sogna in grande, costa esattamente come sognare in piccolo” – Giuliano Pasini
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