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Questo blog è a emissioni zero!

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Non è vero.

La scrittura, la pubblicazione, e la lettura dai vostri telefoni o PC di questo blog comportano delle emissioni di gas climalteranti, CO2 in particolare. Spero poche, difficile dire quante, dipende, tra l’altro, da dove sono collocati i server che ospitano fisicamente queste parole. Magari in un altro articolo.

Oggi invece voglio parlarvi dei prodotti dove sull’etichetta troviamo la dichiarazione “carbon neutral” “impatto zero” “zero CO2”, ossia quei prodotti che, stando alle dichiarazioni produttore, sono stati realizzati senza emissioni di CO2 o di altri gas serra, e pertanto non contribuiscono alla crisi climatica.

Beh, in teoria è una cosa fantastica. Si creano beni di consumo, si crea valore, senza emettere CO2. Se è vero, è il mondo che vogliamo.

Ma è vero?

La risposta, come al solito è: dipende. Nelle righe che seguiranno cercherò di darvi indicazioni per capirci qualcosa di più.

Tanto per cominciare la prima cosa a cui fare attenzione è la qualità della dichiarazione, o in termini tecnici del “green claim”. La dichiarazione è generica o circostanziata? Se è generica non vale niente… ci sono dichiarazioni rese appositamente così vaghe da non poter essere contestate in quanto false.

Cosa vuole dire invece che una dichiarazione è circostanziata? Che sull’etichetta, o sul link a cui l’etichetta rimanda viene spiegato bene come fa quel prodotto ad essere a emissioni zero, e da qualche parte c’è anche il riferimento dell’ente di certificazione che ha verificato quello che il produttore dichiara. Se il prodotto è italiano, gli enti di certificazioni accreditati sono verificati dall’ente italiano di accreditamento: Accredia. Nello specifico, la norma che stabilisce come si devono calcolare le emissioni di carbonio associate ad un prodotto (la cosiddetta “carbon footprint”) è la UNI EN ISO 14067, gli organismi di certificazione che sono abilitati a certificare le emissioni di un prodotto li trovate qui (cercate “14067”).

Come funziona la norma 14067? Se avrete mai il piacere di leggerla, scoprirete che calcolare l’impronta di carbonio di qualcosa è un affare per niente semplice. Cerchiamo di semplificare ferocemente. Le emissioni associate alla produzione di un bene vengono suddivise in tre macro-ambiti, in inglese “scope”: scope 1, scope 2, scope 3. Ho già parlato degli scope 1-2-3 qui, riprendiamo i concetti per comodità:

  • Scope 1: quello che l’azienda che produce il bene emette direttamente. Ad esempio, i gas serra che emettono le caldaie che generano il calore che serva a quell’azienda per produrre il bene in oggetto, ma anche per scaldare gli ambienti dove lavorano i dipendenti.
  • Scope 2: emissioni da energia elettrica importata. Le emissioni che sono state generate per produrre l’energia elettrica che un’azienda consuma.
  • Scope 3: emissioni conseguenti all’attività dell’azienda, ma che non ricadono né nello Scope 1, né nello Scope 2. E qui si apre un mondo. Ci sono le emissioni generate per la produzione di tutte le materie prime utilizzate dall’azienda. Le emissioni per trasportare le materie prime fino all’azienda, ed i prodotti fino alla loro destinazione. Le emissioni generate per l’utilizzo dei prodotti* e per lo smaltimento dei prodotti a fine vita, fino alle emissioni delle auto dei dipendenti che si devono recare al lavoro.

Come si fa ad azzerare le emissioni?

Bisogna azzerare le emissioni relative a tutti e tre gli ambiti, o scope.

  • Scope 1: se brucio qualcosa, a meno che non si tratti di biomassa sostenibile** emetto CO2. Per non emettere bisogna elettrificare, ossia ottenere quello che prima veniva ottenuto bruciando (gas solitamente) mediante l’energia elettrica. Abbiamo la tecnologia per elettrificare quasi tutto, rimangono per il momento fuori i settori “duri da abbattere” “hard to abate”, di cui ho parlato un pò qui.
  • Scope 2: come faccio ad azzerare le emissioni dell’energia elettrica che consumo? Semplice: faccio efficienza energetica e poi dei gran impianti fotovoltaici! (che tra l’altro mi fanno anche risparmiare un sacco). Per quanto sia conveniente ed utile, solitamente un impianto fotovoltaico non basta per azzerare le emissioni legate al consumo di energia elettrica di un’azienda. Magari perché il tetto del capannone non è abbastanza grande, ma anche più banalmente perché col buio l’azienda consuma ancora, ma l’impianto fotovoltaico non produce. Niente paura: è possibile acquistare dell’energia elettrica rinnovabile con Garanzia di Origine (GO). Problema risolto.
  • Scope 3: e qui arriviamo alla parte difficile, perché è molto difficile per un’azienda controllare le emissioni per le attività che vengono fatte da soggetti terzi, al di fuori dei confini dell’azienda. Certo, anche qui l’azienda può fare molto, ad esempio sensibilizzare i fornitori in modo che riducano o idealmente azzerino le proprie emissioni. Ma anche cambiare i fornitori, cambiare le materie prime, sensibilizzare dipendenti e clienti eccetera eccetera.

Per quanto un’azienda si possa impegnare ad azzerare le proprie emissioni difficilmente riuscirà ad azzerare lo scope 3.

Come si fa allora?

Entrano in gioco le compensazioni, in inglese “offset“, e si apre un altro mondo.

Cosa vuole dire compensare le emissioni? Vuole dire che, per compensare la quota parte di emissioni che un’azienda non riesce ad abbattere, un’azienda realizza, a proprie spese, dei progetti di decarbonizzazione. Ad esempio, con progetti di riforestazione, o di produzione di energia rinnovabile in giro per il mondo. Si ottengono così dei crediti di carbonio, o carbon credit che possono compensare, o azzerare le nostre emissioni. Gran parte dei progetti a livello mondiale sono in mano a due organizzazioni: Verra e Gold Standard. Non sarete stupiti di scoprire che ci sono tanti soldi in gioco, e che il meccanismo della compensazione non è esente da critiche e polemiche. Come faccio ad essere sicuro che un progetto di riforestazione dall’altra parte del mondo venga effettivamente realizzato, e mantenuto negli anni?  Un celebre articolo del mio amato Guardian ha scoperto nel 2023 come il 90% di questi progetti sia inutile, inesistente o addirittura controproducente.

Quindi? Qual’è la conclusione? Mi devo fidare o no di quelli che dichiarano zero emissioni?

Caro lettore, come sai, il mondo è complicato, e questo argomento non fa eccezione. Non ho una risposta a questa domanda, ti posso però fornire i principi per aiutarti a capirlo, caso per caso. Supponiamo di avere in mano un prodotto sull’etichetta del quale, grosso così, c’è scritto “zero CO2”, come faccio a capire se è vero?

  1. Di che prodotto si tratta? È un prodotto necessario? Se si tratta di un prodotto di plastica usa-e-getta diffidate. La cosa migliore che potete fare rispetto alla sostenibilità di quel prodotto è non comprarlo
  2. La dichiarazione è generica o circostanziata? Se è generica, se non si spiega, nell’etichetta o con un link, come si è arrivati a emissioni zero, lasciate stare, è solo greenwashing
  3. Se la dichiarazione ha un po’ di sostanza leggetela. Se si parla solo di compensazione delle emissioni, lasciate stare. Se invece l’azienda spiega tutte la azioni che ha messo in atto per ridurre le emissioni dirette e della catena di fornitura, ed infine dice che le emissioni residue sono state compensate, potete cominciare a dargli credito. Per la fiducia serve però anche il riferimento della certificazione.

Con il nostro carrello della spesa facciamo delle scelte ambientali, non dimentichiamolo!

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* Ad esempio, se il prodotto è costituito da della pasta, le emissioni legate all’utilizzo saranno quelle del gas dei fornelli utilizzati per cuocere la pasta. Se il prodotto è una lavatrice, le emissioni legate all’utilizzo saranno quelle dell’energia elettrica utilizzata dalla lavatrice durante il suo funzionamento. Se il prodotto è rappresentato da delle scarpe, queste non avranno emissioni conseguenti al loro utilizzo. Un’azienda può anche decidere di dichiarare le emissioni di un prodotto fino al “cancello dell’azienda”, ossia senza considerare le emissioni legate alla distribuzione, l’utilizzo e lo smaltimento del prodotto. Questa scelta va esplicitamente dichiarata nel “green claim”.

** Sotto il termine di biomassa sono racchiuse tutta una serie di potenziali fonti di energia di origine vegetale o animale: dalla legna, al biogas, fino ai biocarburanti in forma liquida. Se abitate in montagna e utilizzate legna proveniente dalla gestione sostenibile dei boschi circostanti avete la ragionevole certezza che la legna che usate sia sostenibile. In generale la sostenibilità delle biomasse è alquanto controversa, e meriterebbe almeno un articolo apposito.

– Se consideri il contenuto di questo articolo utile, ti prego di condividerlo cliccando sui tasti sopra, o nella maniera che preferisci. Diffondiamo la consapevolezza climatica! – Grazie, Jacopo.

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