Due settimane fa si è conclusa la COP 30 di Belem. Le COP sono quelle riunioni in cui tutti gli Stati del mondo, un po’ di associazioni ambientaliste ed un sacco di lobbisti dell’industria fossile si ritrovano per due settimane, ogni anno, per cercare di risolvere la crisi climatica. Delle COP ho parlato l’anno scorso qui e qui.
La trentesima COP si è tenuta in Brasile, a Belem, alle porte dell’Amazzonia. Un luogo altamente evocativo che avrebbe dovuto ispirare i partecipanti e condurli a prendere decisioni incisive per combattere la crisi climatica.
Come è andata la COP 30? Male, anzi, malissimo. Dopo che negli ultimi 3 anni le COP erano state ospitate da petrostati* che avevano tutto l’interesse a farle fallire, finalmente si tornava in uno stato democratico, dove gli ambientalisti potevano farsi sentire. E invece no, non si è combinato niente, hanno vinto le lobby del fossile. Non si è definita una Roadmap per uscire dai combustibili fossili, anzi nel documento finale di combustibili fossili non sono stati volutamente menzionati. Non si è neanche raggiunto un accordo per arrestare la deforestazione.
La COP 30 è andata così male che non sono più sicuro di quello che avevo scritto l’anno scorso, ossia che un giorno sarebbe arrivata proprio dalle COP la soluzione. Comincio a pensare, come ha detto Ferdinando Cotugno nel suo interessante Podcast che la soluzione arriverà altrove.
Per strano che vi possa sembrare, l’obbiettivo di questo articolo non è quello di deprimervi con l’ennesimo flop delle COP, ma di raccontarvi come alle COP si sono comportati i singoli Stati. Si, perché ad un certo punto 80 Stati avevano presentato una risoluzione ambiziosa per definire un percorso di uscita dal fossile, ed altri si sono opposti. Ci sono state due fazioni, una dalla parte giusta, ed una dalla parte sbagliata. Ci sono stati i buoni, e i cattivi.
Quindi tiriamo fuori la lavagna, il gessetto, e cominciamo a scrivere.
I CATTIVI
Gli Stati Uniti
Ah, gli Stati Uniti alla COP 30 non c’erano… Perché Trump ha già ampiamente spiegato che considera la carta sui cui sono stati scritti Protocollo di Kyoto e l’Accordi di Parigi alla stessa stregua della carta che usa quando si siede sui sanitari placcati oro della sua residenza di Mar-a-Lago. Pur non essendoci, gli Stati Uniti hanno avuto comunque un’influenza nefasta sulla COP. Un fantasma negazionista che ha ridimensionato l’importanza della COP stessa, ed ispirato schiere di Stati retrogradi e di lobbisti del fossile.
I petrostati, in cima a tutti l’Arabia Saudita
…ma anche tutto l’OPEC, gli Emirati, la Russia, ossia i principali produttori di combustibili fossili al mondo. Certo da loro non ci si poteva aspettare una proposta di uscita dal fossile. Da loro non verrà mai, sono gli altri Paesi del mondo che potrebbero costringerli, a malavoglia, ad accontentarsi dei miliardi già guadagnati con gas e petrolio, e a dedicarsi ad altro. Ma evidentemente non è ancora arrivata l’ora.
Ursula von der Layen
Vi ricordate di Ursula? Si Ursula, quella che faceva la presidente della Commissione Europea, e aveva lanciato a fine 2019 il “Green Deal” dicendo che voleva rendere l’UE capofila nell’economia pulita, che diceva che era “convinta che il vecchio modello di crescita basato sui combustibili fossili e l’inquinamento sia fuori dal tempo e dal mondo”.
Si, proprio le Ursula, cosa fa adesso? Fa ancora la presidente della Commissione Europea solo che, finché c’era la COP30 lei era al G20 in Sudafrica e diceva “Non stiamo combattendo i combustibili fossili, quanto le emissioni che derivano dai combustibili fossili”. Ma che diavolo vuol dire? Forse che possiamo continuare a bruciare petrolio, gas e carbone sperando che arrivi una fantomatica tecnologia che ci consenta di nascondere le emissioni sotto il tappeto?. È imbarazzante sentire l’alfiere del Green Deal dire le stesse bugie che dicono i petrolieri, vedere chi dovrebbe guidarci cambiare direzione ogni volta che cambia il vento.
I paesi europei che si sono opposti all’uscita dai combustibili fossili: Polonia, Ungheria e Italia
I tre moschettieri. Ma con motivazioni diverse. La Polonia è un Paese povero, una delle poche ricchezze che ha è il carbone. La posizione della Polonia non è condivisibile, ma è comprensibile.
L’Ungheria è amica della Russia, e le principali entrate della Russia derivano dal gas. Anche qui ci si può indignare, ma si può anche capire.
E l’Italia? Perché lo fa? È piena di gas, petrolio o carbone? Per niente, adesso abbiamo ricominciato allegramente a trivellare, ma le nostre potenziali riserve fossili sono ridicole. Siamo amici della Russia? A parte Salvini e forse Conte non mi pare che siamo amici della Russia, mi pare invece che stiamo sostenendo l’Ucraina. Ma allora perché lo facciamo? Se mi avete letto in precedenza sapete che questa è una mia domanda esistenziale.
Penso che sia il mestiere politico più vecchio del mondo, cioè quello di fare favori agli amici (l’ENI) a scapito della comunità, le industrie, il “Sistema-Paese” come si dice adesso, e incidentalmente anche il nostro pianeta. Così abbiamo l’energia più cara d’Europa perché non sviluppiamo le rinnovabili, ma siamo legati mani e piedi al gas, e le nostre imprese non riescono ad essere competitive mentre l’ENI fa utili per miliardi.
Non so a voi, ma a me il comportamento dell’Italia ha fatto venire in mente un celebre personaggio interpretato da Giacomo del Trio Aldo, Giovanni & Giacomo: Tafazzi.

Tafazzi, comunemente identificato come un masochista di sinistra, ma direi, perché no, anche di destra.
I BUONI
Gli 80 Paesi che si sono impegnati per una Roadmap di uscita dal fossile
Tra loro c’erano i paesi insulari dell’AOSIS (Alliance of Small Island States), per capirci quelli che stanno finendo sott’acqua per la crisi climatica, diversi paesi sudamericani ed africani, buona parte dei paesi europei (vedi punto successivo).
Gli stati Europei che si sono battuti per l’uscita dal fossile
Con in testa Spagna, Olanda, Danimarca. Come siamo messi male, mi tocca dare un premio a chi semplicemente sta facendo l’interesse dei propri cittadini. Dovrebbe essere una cosa normale, quasi egoista. E invece c’è chi riesce a non fare neanche questo.
Menzione speciale per la Danimarca, che nonostante abbia una significativa disponibilità di energia fossile dal 2020 ha vietato le nuove licenze di esplorazione ed ha fissato nel 2050 la data di completa uscita dal fossile. Si, poteva fare di più, ma sta comunque facendo meglio di tanti altri, ad esempio della Norvegia, principale estrattore di combustibili fossili a livello europeo, che continua a mantenere una posizione ambigua sul clima.
La Colombia
La Colombia? Ma non era famosa per la coca?
Non solo, la Colombia non è un è un Paese ricco, e una fetta rilevante della sua (scarsa) ricchezza deriva dall’estrazione di combustibili fossili, in particolare il carbone. Ciò nonostante, da quando Gustavo Petro si è insediato alla presidenza della Colombia nel 2022, la Colombia si è posta come leader climatico. Ha bloccato le nuove licenze per l’esplorazione fossile, ed è stata a Belem una delle più attive sostenitrici della necessità di istituire una roadmap di uscita dal fossile.
Ma non è finita qui: assieme all’Olanda organizzerà nella primavera 2026 a Santa Marta, in Colombia, la prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili. Perché, se le COP non funzionano, bisogna pensare a strumenti alternativi, dove gli stati volonterosi si uniscano per agire veramente per il clima, lasciando a casa i petrolieri.
È a Santa Marta che guardano le persone di buona volontà dopo l’ennesima COP fallita. Guardiamo alla primavera, che arriverà presto, per la rinascita dell’azione per il clima.
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*Nell’ordine, a partire dal 2022: Egitto, Emirati Arabi, Azerbaijan
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