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La guerra al clima

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In questo periodo, in cui la guerra va tanto di moda, anche Fatti & Soluzioni non può essere da meno dei media mainstream, e non può esimersi dal parlare di guerra.

Sì, perché la primadonna assoluta delle cronache mondiali, ossia Donald Trump e la sua amministrazione non si distinguono solo per scatenare guerre propriamente dette, ma anche per una sistematica, instancabile, guerra all’ambiente.

Queste le principali misure messe in atto dall’amministrazione Trump contro il clima e l’ambiente in generale, come registrate dalla Columbia University di New York.

  • Uscita dall’Accordo di Parigi (se qualcuno ancora non lo sa, il principale accordo mondiale per la lotta alla crisi climatica)
  • Abolizione dell’”Endangerment Finding” ossia della legge che stabiliva che i gas serra erano pericolosi per la salute umana. Era la legge sulla quale si basavano tutte le leggi volte a ridurre le emissioni di CO2 e altri gas climalteranti. Tolta la base, decadono anche tutte le altre leggi, e si può emettere come se non ci fosse un domani.
  • Apertura alla trivellazione ovunque (“Drill, baby drill”), incentivato il carbone, tolti gli incentivi alle auto elettriche e alle rinnovabili
  • Chiusura delle agenzie federali che si occupavano di studiare il cambiamento climatico, con conseguente licenziamento dei ricercatori.
  • Divieto di inserire termini come “cambiamento climatico”, “decarbonizzazione” e “emissioni” nei documenti governativi.

Trump con un gruppo di allegri minatori di carbone che, come i Village People, alla casa bianca sono di casa.

Insomma, negli stati uniti la crisi climatica è stata abolita per legge.

E l’Italia? Può forse l’Italia restare indietro nella guerra contro il clima? Ma certo che no! D’altronde il nostro presidente del consiglio, Giorgia Meloni, ha ribadito più volte di non essere d’accordo con Trump proprio su tutto-tutto, ma su clima e migranti sì, lì c’è piena intesa.

Giorgia Meloni è contro “un certo approccio ideologico al green deal”. Ma come si fa la guerra al clima all’italiana? Beh, si possono fare tante cose: si può riprendere a trivellare in Italia per cercare il gas che non c’è, si può tentare, in maniera sempre più goffa e disperata, di difendere il motore a scoppio: benzina, diesel, idrogeno, biocombustibili, basta che si bruci qualcosa…. L’ultima mossa, in termini di tempo, è il decreto bollette 2026. Come sappiamo, il nostro governo cerca di combattere il caro-bollette non attraverso l’efficienza energetica e lo sviluppo delle rinnovabili, sarebbe banale, ma con un approccio molto più sofisticato. Una serie di pezze messe qua e là, una peggio dell’altra che però non devono mai toglierci i lacci che ci legano mani e piedi al gas e al petrolio. Così, ogni volta che qualcuno invade l’Ucraina, o qualcuno bombarda l’Iran, o qualcun altro sigilla lo stretto di Hormuz possiamo godere di una nuova crisi energetica, e il nostro governo può fare uno dei tanti decreti emergenziali che gli piacciono tanto e non servono a niente, ma fanno vedere a noi elettori che loro, a noi, ci tengono.

Dicevamo del decreto bollette 2026, al di là della solita carità per aiutare le famiglie povere o presunte tali a pagare la bolletta, stavolta c’è una novità significativa. Si vuole togliere la tassa ETS alla generazione elettrica da fonti fossili. In questo modo le centrali termoelettriche a gas avranno meno spese, potranno così vendere l’energia elettrica ad un prezzo più basso, e tutti pagheremo meno l’elettricità.

Uau. Geniale. Ma come mai non ci avevamo pensato prima?

Ci sono due cose che accomunano tutti gli italiani. Tutti vogliamo bene alla mamma, e a nessuno piacciono le tasse. Ma l’ETS è una tassa particolare, merita una spiegazione. L’acronimo ETS sta per Emission Trading System (“Sistema di Scambio delle Emissioni”) ed è incidentalmente il principale sistema che si è data l’Unione Europea per ridurre le emissioni di gas serra e quindi per combattere la crisi climatica. Il meccanismo è complicato e farraginoso, ma il principio sottostante è relativamente semplice: chi inquina paga, a cominciare dai grandi inquinatori. Le centrali termoelettriche a gas, o a carbone, appartengono sicuramente al novero dei grandi inquinatori. Le tasse non piacciono a nessuno, ma talvolta possono avere un senso. I soldi che vengono raccolti dallo Stato mediante la tassa ETS devono poi essere investiti in misure per decarbonizzare il sistema industriale e per combattere la crisi climatica. Un sistema virtuoso in cui chi inquina paga, e chi invece investe in energia pulita ed efficienza energetica viene incentivato. Peccato che questo principio al nostro governo non vada proprio giù, solo il 9% dei ricavi dall’ETS viene utilizzato per lo scopo previsto, il resto finisce nel bilancio dello stato e viene utilizzato per la qualunque. Certo che così è un peso per l’industria, ma non per colpa dell’ETS, bensì per il modo in cui lo Stato italiano ne sfrutta i proventi. Non solo, oltre a guadagnarci, il governo sputa nel piatto in cui mangia e presenta l’ETS come un’odiosa tassa voluta dagli ambientalisti estremisti europei, dalla quale i nosti Robin Hood Meloni-Fratin sono pronti a liberarci.

Se anche voi odiate gli approcci ideologici all’ambiente, l’ETS, le tasse, e siete per la neutralità tecnologica che salvi soprattutto il gas dell’ENI e il fracking di Trump  potete essere soddisfatti e chiudere qui con la lettura.

L’AD di Eni Claudio Descalzi ad Algeri nel gennaio 2023 per firmare nuovi accordi di cooperazione. La premier Meloni nel ruolo di velina.

Se invece la pensate diversamente, beh, qualche speranza ancora c’è.

La prima speranza nasce dal fatto che l’ETS è un meccanismo europeo, e fino a quando non c’è l’italexit non è che possiamo smantellare la normativa europea a seconda di come ci svegliamo la mattina. Il punto relativo all’ETS nel decreto bollette è sospeso fino all’approvazione da parte dell’Unione Europea. Che contiamo non arrivi mai.

La seconda speranza nasce dalla società civile. Dalla scienza in primo luogo. Il 25 febbraio 150 tra accademici e scienziati, tra cui il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi (e il mio amico Marco Giusti!) hanno pubblicato una lettera aperta indirizzata alla premier Meloni, al Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Pichetto Fratin, ed al Governo italiano dal titolo “Niente di più miope che attaccare il sistema ETS mentre l’Italia frana”. Cosa avranno voluto dire? Beh, vi invito a leggere la lettera, che tra l’altro è breve e facilmente comprensibile a tutti (e poi scrivono molto meglio di me). Ve ne cito un estratto:

Presentare la contrapposizione alle politiche di decarbonizzazione come tutela delle imprese o delle famiglie italiane non è una giustificazione, ma un ulteriore motivo di preoccupazione. Da anni innovazione e competitività sono indissolubilmente legate alla transizione energetica: ostacolarla espone il sistema produttivo a rischi tecnologici, industriali e finanziari crescenti e rende il Paese subalterno alle componenti meno innovative dell’industria. Anche minori costi dell’energia e una maggiore sicurezza energetica sono ottenibili attraverso una transizione più rapida verso le energie rinnovabili.

È grave che neppure i recenti e ingenti danni nel Sud Italia abbiano prodotto un cambio di passo nelle politiche di adattamento. Questo governo, in linea con i governi precedenti, continua infatti a muoversi prevalentemente in una logica emergenziale, nonostante sia noto da anni che gli eventi estremi sono destinati ad aumentare in frequenza e intensità finché le temperature globali non saranno stabilizzate. Si continuano a stanziare fondi, spesso inadeguati, per la ricostruzione post-disastro, senza dare piena attuazione al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), che consentirebbe la prevenzione e la pianificazione nel medio-lungo periodo.

L’Italia che oggi frana, si allaga e perde competitività è il risultato di scelte rinviate, prevenzione insufficiente e di una transizione energetica ostacolata proprio quando sarebbe più necessaria: una traiettoria che può e deve essere corretta con politiche fondate sulla scienza, sulla lungimiranza e sulla responsabilità verso le generazioni presenti e future.

Gilberto

L’appello degli scienziati sarà accolto dal Ministro Gilberto Pichetto Fratin? Mah, Gilberto era quello che non sapeva se il riscaldamento climatico era colpa dell’attività umana… In verità il mio dubbio è un altro… Ho detto prima che la lettera degli scienziati era facilmente comprensibile da tutti…. Beh, forse non proprio tutti-tutti…

Io ho paura che Gilberto, se legge la lettera, non la capisca…

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