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Fatti o pugnette? Com’è andata la conferenza di Santa Marta

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È terminata da qualche giorno la conferenza di Santa Marta. Ma come non sai cos’è? Vuol dire che non hai letto l’articolo sull’ultima COP o magari che te lo sei dimenticato. Poco male, te lo ricordo io in un riepilogo-sprint di 30 secondi.

  • Le COP sono quelle mega-riunioni sotto l’egida dell’ONU dove tutti gli stati del mondo (a parte i neo-medioevali Stati Uniti) si ritrovano una volta l’anno per risolvere la crisi climatica, e che non stanno funzionando perché Stati interessati, come l’Arabia Saudita, o Stati retrogradi, come l’Italia, di uscire dalla dall’abbraccio mortale con carbone, petrolio e gas proprio non ne vogliono sapere.
  • A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si è tenuta la prima conferenza sul TAFF – Transitioning Away from Fossil Fuel. “Transire via dai combustibili fossili”. Questa frase era emersa nel documento ufficiale di chiusura della COP del 2023 . Per quanto non particolarmente incisiva, rappresenta l’unica menzione esplicita ai combustibili fossili scritta nel documento finale in 30 anni di COP. Insomma, è il “meglio di niente” che abbiamo in mano. I Paesi che si sono rotti di aspettare che gli Stati Uniti, la Russia e gli altri petrostati prendano in considerazione di smettere di estrarre veleno dal sottosuolo hanno deciso di ritrovarsi non per discutere se uscire dal fossile, ma per discutere come uscire dal fossile.

I risultati di Santa Marta mi hanno ricordato come, per quanto la crisi climatica sia in teoria relativamente semplice da spiegare, nei fatti è difficile da risolvere, soprattutto perché le nostre economie, dalla fine dell’700 in poi, si sono legate mani e piedi ai combustibili fossili.

Le macro-aree di lavoro di Santa Marta sono state 3:

1. Definire delle roadmap nazionali per l’uscita dai combustibili fossili.

Definire quindi la strada, diversa per ciascuna nazione, per liberare l’economia e la produzione energetica da carbone, petrolio e gas. Di queste roadmap si parla sin dall’Accordo di Parigi del 2015, con gli NDC. Una delle novità è che si include, per la prima volta, oltre che il consumo anche la produzione delle fonti fossili. Cioè, per quanto possa sembrare paradossale, fino ad oggi la diplomazia climatica si è sempre concentrata sul limitare l’utilizzo dei combustibili fossili, mai sul limitarne l’estrazione. Non una simpatica distrazione, ma un preciso compromesso, se non fosse stato così, i Paesi produttori di combustibili fossili non avrebbero mai accettato nulla. È evidente che se non si comincia a ridurre l’estrazione dei combustibili fossili non si limiterà mai la crisi climatica. Con la Conferenza di Santa Marta le cose cambiano, tutti sono invitati, ma l’obbiettivo dichiarato prima di iniziare è quello di finirla di estrarre e consumare combustibili fossili; se sei d’accordo vieni, se non sei d’accordo stai a casa, non puoi venire a rompere le scatole. È un po’ come se, tra amici, ci si mette d’accordo per una gita al mare: sono tutti invitati, però uno non si può presentare il giorno della partenza e pretendere di andare in montagna.

Uscire dal fossile per una nazione che trae significativi guadagni dalla vendita dei combustibili fossili non è affare facile. Ma non è impossibile: la stessa Colombia, promotrice ed organizzatrice della prima conferenza TAFF è un produttore ed esportatore di petrolio e carbone. Ma uscire da fossile non è esente da vantaggi neanche per i paesi produttori: la crisi climatica causa danni anche a loro, ed un’indipendenza dal fossile renderà la loro economia più diversificata e robusta quando la domanda di combustibili calerà. Ed è solo questione di tempo.

2. Stabilire delle relazioni commerciali tra gli stati che favoriscano l’uscita dai combustibili fossili.

Questo punto si esplica in tre sotto-punti:

  • Superamento dell’ISDS – Investor Stata Dispute Settlement. Il meccanismo, previsto dal diritto internazionale, secondo il quale un soggetto privato può fare causa ad uno Stato se questo danneggia “arbitrariamente” i suoi interessi. Se uno Stato forza una multinazionale a cessare, o ridurre, le estrazioni di carbone da una miniera sulla quale ha una concessione trentennale, magari elargita anni prima da un dittatore compiacente, la multinazionale può fare causa allo Stato presso un tribunale internazionale, e chiedere risarcimenti miliardari basati sui guadagni che quella miniere avrebbe potuto garantire in 30 anni. Questo strumento rappresenta una delle principali armi deterrenza in mano alle compagnie fossili, e meriterebbe un articolo ad hoc.
  • Istituire i Carbon Borders ossia quei meccanismi che fanno in modo che, se in uno stato vi sono leggi e tasse che cercano di limitare le emissioni di CO2, se vengono acquistati beni da uno stato estero dove delle emissioni di CO2 se ne fregano, tali beni siano opportunamente tassati. Nell’Unione Europea un meccanismo di questo tipo è in fase di implementazione, e si chiama CBAM.
  • Stipulare trattati commerciali “green”: fare in modo di favorire, riducendo o azzerando i dazi doganali, i prodotti che servono per la transizione ecologica (pannelli solari, turbine eoliche, batterie…), previa verifica che vengano prodotti in maniera sostenibile.

3. Stabilire delle regole finanziarie che favoriscano l’uscita dai combustibili fossili.

In particolare:

  • La questione del debito. Questione annosa: i Paesi del sud del mondo sono gravati da pesantissimi debiti verso i Paesi del Nord del mondo, che in passato li hanno colonizzati e sfruttati. Per pagare i debiti, o anche solo gli interessi sui debiti, i Paesi del sud del mondo sono spesso costretti a sfruttare il più possibile le fonti fossili presenti sul loro territorio. A Santa Marta si è parlato di Debt-for-Climate Swaps. Il Paese creditore condona una parte del debito del Paese debitore se questo investe i soldi risparmiati in transizione ecologica. Infondo, se si limita la crisi climatica è un vantaggio per tutti, anche per il Paese creditore. Fantastico, questo è il mondo che vogliamo!

  • La finanza: facilitare l’accesso al credito per gli investimenti in efficienza energetica e fonti rinnovabili. Facilitare l’accesso al credito per i Paesi più poveri che vogliono riconvertire il loro sistema energetico. Sfavorire il finanziamento di nuove espansioni fossili, valorizzando il rischio climatico.

  • I sussidi. Secondo il Fondo Monetario Internazionale a livello mondiale i sussidi ai combustibili fossili ammontano a 7.400 miliardi di dollari (il 7% del PIL mondiale!) di cui 725 miliardi di dollari di sussidi fiscali espliciti e 6.700 miliardi di dollari di sussidi impliciti. (il “prezzo mancato” per i danni causati dall’inquinamento atmosferico e dal cambiamento climatico). In Italia i sussidi ambientalmente dannosi (SAD) ammontano a 48,3 miliardi di euro. La prima reazione che verrebbe è “finiamola, e finiamola subito”. In verità è necessario, anche sul piano dei sussidi, una transizione attenta e bilanciata, per non danneggiare categorie deboli, compensando la mancanza del sussidio con misure correttive. Pensate a quello che potrebbe succedere se, da un giorno all’altro, il costo del gasolio agricolo o del gasolio per automobili e camion raddoppiasse. Metterebbe in crisi soprattutto le persone a reddito più basso. È necessario quindi “preparare il terreno” incentivando auto elettriche, trasporto pubblico, riqualificazione professionale dei camionisti. In ogni caso, se lo stato risparmia gli incentivi alle fossili, avrà parecchi soldi a disposizione per queste misure.

Si, ma non è che erano in 4 gatti? Quanti paesi c’erano a Santa Marta?

A Santa Marta, con diverso livello di impegno, erano presenti delegazioni di 57 Paesi più l’Unione Europea. Rappresentano il 50% del PIL globale, il 30% della popolazione mondiale, il 20% della produzione dei combustibili fossili, il 30% delle emissioni globali. Erano rappresentati sia produttori di combustibili fossili, come Colombia, Brasile, Canada che importatori di combustibili fossili, in primo luogo l’Unione Europea. Se tutti faranno il loro compito a casa questo basterà per arrestare la crisi climatica? Certo che no, rimangono fuori grandissimi inquinatori come Stati Uniti, India, Russia, Cina, i paesi dell’OPEC. Ciò nondimeno gli Stati che per primi si allontaneranno dal fossile ne avranno comunque un vantaggio, si renderanno indipendenti dalle crisi energetiche come quella che stiamo vivendo in questi giorni. La salute della loro economia non dipenderà più da come Trump o Putin si svegliano al mattino. Avranno energia più economica e più affidabile. Inoltre,  il buon esempio di coloro che si muoveranno per primi servirà da ispirazione per gli altri Paesi, che seguiranno i loro successi.

E l’Italia?

L’Italia…. suspance ….. c’era! Ma come c’era, l’Italia non era contro l’ambientalismo ideologico e a favore del gas come combustibile di transizione? L’Italia non aveva boicottato l’uscita dai combustibili fossili all’ultima COP? E invece, sorpresona, l’Italia ha partecipato. Con una delegazione non di primissimo livello, il nostro illuminato Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica è rimasto a casa. Non si sa bene a fare cosa ma l’Italia c’era. Perché noi ci vogliamo essere sempre, un po’ come quando siamo andati al Board of Peace di Trump. Poi stiamo lì, in un angolo, come osservatori… Perdonatemi ma a me viene troppo in mente Nanni Moretti in Ecce Bombo…

Ok, ma venendo al sodo, come è finita?

La conferenza di Santa Marta non aveva l’ambizione di fare scrivere un trattato vincolante a tutti i partecipanti, bensì di trovare, o cominciare a trovare assieme le soluzioni. Ciascuno stato poi scriverà la propria roadmap di uscita del fossile. C’è chi lo ha già fatto: la Francia ha presentato un piano dettagliato di uscita dai combustibili fossili al 2050. È stato costituito lo Scientific Panel for the Global Energy Transition (SPGET): un gruppo di scienziati a servizio dei governi per effettuare le migliori scelte sul piano tecnico, legislativo e finanziario.

Santa Marta è un luogo simbolico. Da lì partono le navi che esportano il carbone della Colombia. È uno dei luoghi che si dovranno riconvertire. Anche la prossima conferenza TAFF si svolgerà in un luogo altamente simbolico: Tuvalu, piccolo Stato insulare dell’Oceano Pacifico, che sta letteralmente finendo sott’acqua per la crisi climatica. È uno dei luoghi da salvare.

Santa Marta è stato un inizio, se sarà stato un buon inizio lo cominceremo a vedere tra un anno a Tuvalu, perché, come diceva Cevoli ci vogliono “fatti, non pugnette!

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